Watch and ReWatch #001: Mū no Hakugei

L’ultima volta che vidi quest’opera fu circa venti anni fa, quando ancora esistevano i VHS Recorder e spesso si recuperavano le registrazioni televisive delle opere non ancora distribuite ufficialmente dai vari editori. Recentemente ho potuto finalmente effettuare un rewatch di Mū no Hakugei (ムーの白鯨, trad. La balena bianca di Mū) in lingua giapponese e come sempre il risultato finale è stato un ulteriore apprezzamento dell’anime. Giunto in Italia col titolo Moby Dick 5 (con la sigla cantata dai Cavalieri del Re), l’opera non ha alcun legame con il celebre capolavoro di Herman Melville, l’unica associazione visiva è quella della balena bianca, che in questo caso non è un animale ma una mistica e sofisticata nave spaziale capace di evolversi e diventare sempre più potente. Nel mercato internazionale, l’anime è stato esportato col titolo “The White Whale of Mu”, mentre in Cina e Taiwan, la messa in onda è avvenuta col titolo “Dà Báijīng” (大白鯨, trad.: La grande balena bianca). In patria invece, l’opera è stata messa in onda dal 5 aprile 1980 al 27 settembre dello stesso anno dai circuiti televisivi di Fuji TV, TV Asashi, TBS e TV Japan per un totale di ben 26 emittenti che hanno coperto diverse fasce orarie, dalla mattutina alla pomeridiana fino alla serale. L’ambientazione dell’opera ideata da TMS — che nello stesso anno produrrà anche Taiyō no shisha Tetsujin 28 gō (太陽の使者 鉄人28号, Hepburn: Taiyō no shisha Tetsujin nijūhachi-gō; trad.: L’uomo di ferro n° 28, il messaggero del sole) —,  segue quella moda un po’ in voga all’alba degli anni ’80 negli anime Sci-Fi e robotici che vedeva numerosi riferimenti all’interno della sceneggiatura dei più antichi e misteriosi luoghi del pianeta — nel caso di Mū no Hakugei l’Isola di Pasqua e suoi Moai, l’Egitto e le sue piramidi, le peruviane linee di Nazca e così via. Un analogo utilizzo di queste località in chiave Sci-Fi verrà poi effettuato da Yū Yamamoto (山本 優, Hepburn: Yamamoto Yū) e il suo Makyō densetsu Acrobunch (魔境伝説アクロバンチ, Hepburn: Makyō Densetsu Akurobanchi, trad.: Acrobunch, la leggenda delle terre demoniache) nel 1982 — , e uno schema che vede la nostra civiltà ridotta in macerie da una guerra fra due popoli provenienti da un passato lungo 30.000 anni, quella fra l’Impero di Mū — un ipotetico continente situato nel Pacifico di 12.000 anni fa, la cui esistenza venne teorizzata dal colonnello inglese James Churchward nel 1926. L’isola di Pasqua, luogo principale dei protagonisti all’interno dell’anime, sarebbe uno dei piccoli frammenti sopravvissuti alla calamità naturale che avrebbe distrutto l’intero continente. Si è ipotizzato negli ultimi anni che anche le rovine sottomarine di Yonaguni, nella prefettura di Okinawa, siano appartenute all’antico regno — e quello di Atlantide — un ipotetico continente citato da Platone nei dialoghi di Timeo, situato nell’attuale Oceano Atlantico, al di là delle cosiddette Colonne d’Ercole — . Come già accaduto in varie opere, tra le quali il Mirai Shōnen Conan (未来少年コナン, Hepburn: Mirai shōnen Konan, trad.: Conan, il ragazzo del futuro) diretto un anno prima da Hayao Miyazaki (宮崎 駿, Hepburn: Miyazaki Hayao), le due fazioni in guerra sono uno specchio riflesso della situazione geopolitica di quegli anni, dove il mondo è ancora diviso dalla Guerra Fredda che vede la democrazia opposta al totalitarismo: Mū, pacifico e democratico continente la cui avanzata tecnologia è messa a disposizione del popolo in nome della pace e del progresso dell’umanità, Atlantide il continente militarista e totalitario il cui popolo è governato dal tirannico Zargon, il quale sfrutta l’avanzata tecnologia atlantidea per poter dominare il mondo del passato e del presente grazie all’uso dello Orihalcon, un palese richiamo all’energia atomica capace di annientare l’umanità e che, come la storia insegna, ha coinvolto in prima persona il popolo giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale (una componente immancabile soprattutto nell’animazione e nel fumetto nipponico degli anni ’60 e ’70). In mezzo a questo scenario si muovono i protagonisti dell’opera e in particolar modo l’irruento Ken Shirogane — reincarnazione del prode eroe Keane — e Madora — figlia del Gran Sacerdote di Mū — che in attesa della reincarnazione dei cinque eroi si è sacrificata trasformando il suo corpo in un cyborg immortale connesso misticamente alla Hakugei. Come già accennato, la balena bianca non è un animale, bensì una nave spaziale alimentata dallo spirito di Ra Mū — il padre di Madora — e capace di evolversi grazie alla forza spirituale dei cinque guerrieri. Quella che sembra essere una classica astronave a forma di balena è tuttavia qualcosa di molto più profondo in chiave di lettura dell’opera. La Hakugei (白鯨, trad.: balena bianca, si legge hakughee) è un simbolo portatore di pace e speranza, quella stessa speranza che è sempre viva nei cinque protagonisti dell’opera e che permetterà alla nave di continuare oltre ogni limite e oltre il dolore. Il bianco che la contraddistingue è, secondo la mia interpretazione, un riferimento alla purezza d’animo dei cinque guerrieri eletti reincarnatisi nel presente dopo trentamila lunghi anni, cui verrà affidata la ricostruzione del mondo al termine del terribile conflitto con Atlantide. Proprio quella purezza, unita all’infinita forza della speranza, consentirà il compimento del miracolo che metterà fine alla storia. Anche tra le fila nemiche è stato dato risalto (sotto certi aspetti in maggior quantità) ai personaggi, in particolar modo a Platos e Ra Mel (Ra-Male nell’adattamento italiano), protagonisti di una vera e propria tragedia greca in un mondo, quello di Atlantide, cupo e devoto alla guerra, dunque privo di spazio per l’amore, sentimento che definisce la figura di Platos in due aspetti: l’amore per Ra Mel — ignara di essere in realtà un’abitante di Mū e quindi appartenente al popolo nemico — e quello per la Terra, bellissimo pianeta azzurro ammirato infinite volte dal principe atlantideo durante l’esilio del continente nello spazio aperto (un confinamento che ho personalmente interpretato come un altro riferimento ai regimi totalitari, spesso esiliati dal mondo e contemporaneamente chiusi nel loro stesso sistema). Proprio l’amore per la Terra fa di Platos l’eccezione in un mondo incatenato,  incarnando la figura della libertà e della ribellione. È lui infatti a liberarsi dal giogo di sua madre Condora, a rifiutare l’uso militare dello Orihalcon poiché capace di annientare quello stesso amato pianeta in cui si vuol far ritorno ed è infine lui a opporsi a suo padre Zargon in nome della donna amata. Una figura diametralmente opposta a quella di suo fratello maggiore Gorgos, personaggio nazionalista, militarista e ambizioso fino alla sua fine. La costruzione più profonda degli antagonisti rispetto ai protagonisti è sicuramente una peculiarità di Mū no Hakugei, probabilmente in virtù del fatto che la fine di Atlantide al termine degli eventi, è un messaggio lanciato con l’intento di far capire che ogni nazione desiderosa di muovere guerra è destinata a capitolare — un riferimento anche a quanto accadde all’Impero Giapponese nel secondo conflitto, le cui mire di conquista giunsero alla conclusione con la sconfitta più totale e senza dubbio più pesante —  lasciando il mondo nelle mani di chi ambisce alla pace — messaggio che, viceversa, si allinea con la filosofia pacifista giapponese a partire dal dopoguerra — .  Oltre alla serie televisiva, nel dicembre dello stesso anno venne pubblicata da Bunka Shuppankyoku (文化出版局, trad.: Dipartimento per le Pubblicazioni Culturali), una light novel in due tomi scritta da Ken Wakasaki (若桜木 虔, Hepburn: Wakasaki Ken, già autore nello stesso anno di una light novel per Uchū kūbo Blue Noah), che concentrerà il primo volume sul rapporto Ken–Madora e il secondo sulla tragedia di Ra Mel. Il dualismo Madora–Ra Mel, sorelle gemelle prima nemiche e poi alleate dopo essersi riabbracciate (seppur per poco tempo), fornirà un valido elemento a TMS per la sceneggiatura di Rokushin gattai God Mars (六神合体ゴッドマーズ, Hepburn: Rokushin Gattai Goddo Māzu, trad.: God Mars, l’unione delle sei divinità), che verrà prodotto e trasmesso l’anno successivo. I due tomi di Wakasaki, inoltre, presentano degli approfondimenti a livello di sceneggiatura e piccole variazioni. Nel primo volume, viene descritta in maniera più accurata la separazione dalla sua famiglia durante il naufragio che lo vedrà tratto in salvo da Madora, inoltre a differenza della serie animata — ad eccezione di Ken — i guerrieri eletti Jō, Rei, Gaku e Shin, giungono nell’Isola di Pasqua guidati durante il sonno dalla stessa Madora  e non in seguito a misteriose visioni oniriche. Il secondo volume, oltre a spiegare in modo più dettagliato le capacità del corpo cibernetico di Madora, presenta maggiori differenze con l’anime. Sulla base della narrazione del secondo volume infatti, Atlantide fuoriesce dalla dimensione in cui era stata catapultata diciassette anni prima gli eventi narrati nell’opera, mentre l’anima di Ken — l’unica a non essere stata trasportata nel futuro per poi reincarnarsi — pare essere una sorta di anima ereditata e rinata nel presente. Tuttavia, in quest’ultimo caso Wakasaki non fornisce tante informazioni a riguardo. Racchiusa in soli 26 episodi, consiglio la visione di quest’opera che a distanza di anni non ho trovato per niente noiosa e soprattutto ben orchestrata dalle magistrali musiche del Maestro Kentarō Haneda (羽田 健太郎, Hepburn: Haneda Kentarō, impegnato nello stesso anno a dirigere le musiche dello sfortunato Uchū senshi Baldios), un classico per ogni fascia d’età capace di affascinare i piccoli e insegnare ai grandi.

 
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